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Manjaro: un’esperienza Linux entusiasmante

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Il sistema operativo “definitivo”.
Almeno per me.
Forse.

Il 30 maggio ho scritto questo articolo nel quale vi ho raccontato di aver “scoperto” Manjaro Linux e di come ne sono stato così ben impressionato da installarlo sul computer di casa (e successivamente anche sul portatile) allo scopo di usarlo per un po’ di tempo, conoscerlo meglio e decidere se davvero faccia per me.
Dopo un mese e mezzo rieccomi qui, per raccontarvi la mia esperienza.
 
Sono letteralmente entusiasta di questa distribuzione!
Siccome, però, da bravo recensore è opportuno che io colleghi i sentimenti ai fatti concreti, per giustificare il mio entusiasmo ne scriverò i principali motivi.

1. Sempre aggiornatissima.

Manjaro è una rolling release: questo significa che, una volta installata, non sarà più necessario attendere un successivo ciclo di rilascio – come avviene, ad esempio, per Debian e Ubuntu – per avere i software aggiornati.
La distribuzione si aggiorna di continuo e non appena esce la versione nuova di un programma o componente di sistema, questa viene scaricata e installata. La frequenza degli aggiornamenti è a discrezione dell’utente: io vi procedo settimanalmente, così da avere un sistema sempre al passo con i tempi, con le ultime versioni di ogni software.
Per capirci: al momento, su Debian stable il kernel installato è il 4.19.0-9, l’ambiente desktop KDE (quello che uso io) è alla versione 5.14.5, LibreOffice è fermo al rilascio 6.1.5.2, Firefox addirittura alla 68.4.1 (ma questa è una precisa scelta di Debian, che offre il browser in versione ESR, Extended Support Release); su Kubuntu – la mia distribuzione Linux preferita prima di “innamorarmi” di Manjaro – il kernel è il 5.4.0-40, KDE è alla versione 5.18.4, LibreOffice alla 6.4.2.2, Firefox esce con la 75.0 (che comunque si aggiorna automaticamente alla più recente). Su Manjaro, al momento ho il kernel 5.6.16-1, KDE 5.18.5, LibreOffice 6.4.4.2, Firefox 78.0.2.
Per chi, come me, ama avere sempre l’ultima versione di ogni programma, una distribuzione rolling release è il meglio, specie se, come avviene in Manjaro, i software sono sottoposti ad almeno una settimana di test prima di essere rilasciati.

2. Stabile.

Notoriamente, le distribuzioni Linux di tipo rolling soffrono di un difetto non banale: il software aggiornato sempre all’ultima versione spesso porta con sé difetti o malfunzionamenti che possono comprometterne l’utilizzo o, ancor peggio – specie se si tratta di componenti “delicati” –, rendere il sistema instabile. È per questo motivo che, di solito, in ambiente di produzione si preferiscono distribuzioni magari meno aggiornate ma più solide e testate, come appunto Debian (che, non a caso, uso ormai da anni sui miei server).
Manjaro, a detta dei sui sviluppatori, non soffre – o soffre meno – di questo problema. La versione standard del sistema, infatti, è sottoposta a cicli di aggiornamento non proprio in tempo reale, ma ogni nuovo software viene rilasciato dopo almeno una settimana, durante la quale si possa verificare la presenza di eventuali difetti.
Personalmente, dopo un mese e mezzo e dopo tre importanti aggiornamenti (al momento “gira” Manjaro 20.0.3), non ho riscontrato alcun problema: tutti i programmi, sempre all’ultima versione disponibile, funzionano perfettamente e il sistema è assolutamente stabile, veloce e reattivo come alla prima installazione.

3. Hardware friendly.

Alla pari di Kubuntu, non appena installato Manjaro ha riconosciuto correttamente e configurato tutto l’hardware del mio computer, per cui non è stato necessario alcun intervento da parte mia. Ben diverso – ma questo si sa… – da quanto era successo quando avevo installato Debian, notoriamente poco amico delle schede video di AMD, così che avevo dovuto cercare e aggiungere manualmente i relativi driver.
La cosa interessante, tuttavia, è accaduta con il mio portatile. La webcam integrata, che aveva sempre funzionato senza problemi, quando ho installato Debian Testing ha smesso di funzionare; così pure con Kubuntu 20.04. Ho ipotizzato che fosse una questione legata al kernel – purtroppo non ho trovato risposte cercando su web –, ma tant’è che ho dovuto rimettere Kubuntu 18.04 LTS per avere la webcam funzionante.
Con Manjaro, invece, è stata riconosciuta e ha funzionato da subito, così come la scheda di rete, il WiFi, la scheda video e tutto il resto. Altro punto a favore!

4. Parco software infinito.

Quando usavo Kubuntu (ma anche con Debian la cosa è analoga) ero abituato ad avere a disposizione repository immensi con un numero di pacchetti che supera i trentamila. Eppure, certi software specifici ho comunque sempre dovuto scaricarli dai siti dei rispettivi produttori e poi installarli manualmente: Skype, AnyDesk, No-Machine, VirtualBox, Master PDF Editor, Mindomo, Telegram e molti altri.
Con Manjaro, questa necessità non c’è: qualunque software si trova direttamente nei repository della distribuzione o in quelli di Arch Linux (da cui Manjaro deriva), che sono mantenuti da una comunità molto ampia. I programmi che ho citato prima li ho appunto trovati tutti nel package manager della distribuzione (il cui nome è Pamac), senza dover andare a prenderli sito per sito. Indubbiamente si tratta di una caratteristica spettacolare, che velocizza la ricerca e l’installazione dei programmi che ciascun utente è solito usare.
Non solo: ho ritrovato anche pacchetti che su Kubuntu non sono più disponibili (come aMule) o che in generale sono stati eliminati dai repository delle principali distribuzioni (come Amarok, un player musicale per KDE).
Come se non bastasse, è possibile abilitare il supporto per Snap e Flatpak, raggiungendo così un numero praticamente illimitato di pacchetti disponibili. Da Snap, ad esempio, io ho installato Kesty WhatsApp, Spotify e altri utili strumenti, in particolar modo legati al mondo di Google.

5. Esteticamente accattivante.

Certo, Linux è un sistema operativo altamente configurabile di per sé: personalizzare nei minimi dettagli il proprio ambiente grafico – scegliendo il gestore delle finestre, il tema, le icone, lo stile delle applicazioni, i colori, le animazioni e quant’altro – è una possibilità che gli utenti Windows semplicemente si sognano.
Premesso questo, devo ammettere che Manjaro si presenta nativamente con un desktop veramente piacevole. Il tema globale ha il verde come colore dominante e il set di icone di default (Breath 2) è moderno e pulito. Io ho scelto il tema scuro, ho lasciato le icone standard e ho impostato uno sfondo scaricato da web, intonato con il verde e nero caratteristici della distribuzione; ho come sempre aggiunto alcuni widget utili e l’applicazione Latte, che inserisce una dock per l’avvio dei programmi che trovo bella e utile e della quale non posso fare a meno.
Alla fine dell’articolo trovate alcuni screenshot che mostrano come ho configurato la mia Manjaro sul computer di casa.

6. Veloce e parca di risorse.

Il mio computer ha un processore AMD Ryzen di ultima generazione, 16 GB di RAM, un SSD come memoria di massa principale: non è dunque una macchina “povera” di risorse. Eppure, ho percepito comunque una differenza nelle prestazioni di Manjaro rispetto a Kubuntu: usa meno RAM – su internet ho letto che dipende dal fatto che avvia molti meno servizi, peraltro non essenziali – ed è sensibilmente più veloce tanto in fase di avvio, quanto nell’apertura delle applicazioni. Nell’elaborazione di foto e video si comporta davvero bene.
 
In conclusione, come dicevo, sono entusiasta e pure molto soddisfatto di Manjaro.
Ho imparato da me stesso che non devo più dire «questa è la distribuzione Linux definitiva per me», visto che ogni volta che l’ho detto mi sono poi ritrovato a cambiare e sperimentare qualcosa di nuovo.
Tuttavia, questa volta qualcosa mi dice che con questo sistema operativo ci resterò a lungo. Intanto, il prossimo passo sarà installarlo anche sul computer dello studio, che uso molto di più rispetto a quello di casa. E poi vedremo.
Ai miei lettori appassionati del Pinguino non posso che dire: provate Manjaro!
Il sito web di Manjaro è https://manjaro.org/.
 




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