Quanto “durano” i disturbi dell’apprendimento? Nella “pillola” di lunedì 23 febbraio — il breve video che fa parte del mio nuovo programma Pillole per DSA, che trovi sul mio canale YouTube e in questa pagina del sito — ho posto una domanda piuttosto provocatoria: quando scompaiono? A che età se ne “guarisce”?
La risposta è decisamente chiara e scontata per chi — ragazzi e giovani con diagnosi di DSA, genitori e insegnanti — convive quotidianamente con questi disturbi, ma lo è molto meno per la gente comune e per chi ancora pensa (anzi, vuole pensare) che si tratti di una «patologia» che è possibile curare: i DSA non sono una malattia, dunque non “passano”, non se ne “guarisce” mai.
Il fatto che si chiamino «dell’apprendimento» potrebbe far pensare che siano tipici dell’età evolutiva, degli anni di scolarizzazione, cioè appunto del tempo in cui si apprende. E che, pertanto, possano presentarsi solo durante la scuola e poi “scomparire” al raggiungimento della maggiore età, e comunque alla fine del percorso scolastico. Invece no. Invece, il nome sta a indicare che sono anomalie che compromettono gli apprendimenti — lettura, scrittura e calcolo —, ma non solo negli anni di scuola.
In quanto disturbi del neuro sviluppo, che hanno quindi un’origine neurobiologica, i DSA sono una caratteristica che accompagna un soggetto per tutto l’arco della sua vita: insorgono alla nascita e permangono fino alla morte.
Di conseguenza, anche in età adulta.
Quando parliamo di «adulti» dobbiamo pensare a due categorie di persone; anzi, a due e mezza. La prima categoria è quella degli studenti universitari: sono giovani adulti che hanno appena terminato la scuola secondaria di secondo grado e si iscrivono (più correttamente: si immatricolano) a una facoltà universitaria. La seconda categoria è quella dei lavoratori: che si siano laureati o che abbiano conseguito il diploma di maturità senza poi frequentare l’università, si tratta di adulti inseriti nel mondo del lavoro, non importa da quanto tempo. Alla “mezza” categoria appartengono gli studenti all’ultimo anno di scuola secondaria di secondo grado: sono maggiorenni, dunque tecnicamente adulti, ma ancora inseriti nel mondo della scuola, dal quale si apprestano a uscire.
Partiamo da questi ultimi, ma solo per introdurre un ragionamento per nulla scontato, questa volta. Coloro che mi seguono da tempo e tutti i miei clienti sanno molto bene quanto io spesso mi sia battuto per la tutela dei diritti dei bambini e dei ragazzi con DSA nel contesto scolastico; quante volte io abbia detto e scritto di scuole — ma soprattutto di insegnanti — ben poco adeguati e consapevoli nella relazione e nella didattica con i propri alunni certificati; quante volte abbia sottolineato, in occasione di conferenze e corsi, la necessità di non arrendersi mai affinché a questi alunni siano garantiti un PDP ben fatto e, in particolare, la sua piena applicazione.
Nonostante questo, e nonostante siamo tutti d’accordo — l’Associazione Italiana Dislessia è portavoce autorevole di questa situazione — che oggi, a più di quindici anni dalla legge 170/2010, la scuola non sia ancora del tutto pronta a un’inclusione reale degli studenti con diagnosi di DSA, nonostante questo dicevo a scuola le cose “funzionano”. La certificazione viene acquisita nel fascicolo dell’alunno; il consiglio di classe predispone il PDP, almeno nella maggior parte dei casi di concerto con i genitori; la didattica personalizzata viene applicata durante tutto il percorso, fino all’esame di maturità. C’è il problema, ma c’è anche la soluzione.
Ed eccoci al ragionamento che ho anticipato poco fa: non è più così dopo l’esame di maturità. Non è più così per un soggetto, ormai adulto, che esce dalla scuola e accede all’università o al mondo del lavoro. Per lui o lei all’università e nel mondo del lavoro non ci sono PDP e strategie personalizzate cui fare riferimento per studiare o lavorare in maniera adeguata ai propri disturbi dell’apprendimento, i quali — vale la pena ricordarlo ancora — persistono, non sono “guariti” con l’esame di maturità.
Anzi, non solo persistono. Ma sono anche in grado di creare problemi maggiori rispetto a quelli di un bambino o di un ragazzo che frequenta la scuola. Problemi legati a un contesto accademico o lavorativo che richiedono prestazioni e compiti più complessi; problemi legati alle nuove responsabilità di adulto nella società; problemi legati alla vita quotidiana, dove la persona non può più sfruttare il sostegno e l’aiuto dei genitori ma deve affrontare tutto da sé.
Vorrei spiegare meglio il mio ragionamento portando alcuni esempi. Iniziamo dall’università. Intanto, alcune facoltà prevedono i test di ingresso, con tutto ciò che ne consegue. Preparare un esame, poi, non è certo come studiare per una verifica: ogni corso prevede più testi, ciascuno dei quali solitamente è molto corposo; i testi poi sono alquanto specialistici, sono lavori scientifici, il linguaggio è complesso e tecnico, la dislessia rende complicato tanto leggerli quanto capirli. È necessario prendere appunti, in quanto è abitudine consolidata dei docenti universitari integrare i testi con le proprie ricerche; quasi sempre è richiesta la produzione di tesine o relazioni scritte, disortografia e disgrafia diventano allora nemici particolarmente agguerriti. Gli esami prevedono sovente una parte scritta e molti sono soltanto scritti. E la tesi di laurea, infine, altro non è che un testo scritto, con elevati requisiti di forma e contenuto.
Pensiamo adesso a chi lavora. Un impiegato con disturbi dell’apprendimento può incontrare difficoltà a leggere documenti, relazioni, mail; a scrivere a sua volta un documento o una mail. Un operaio può fare fatica a ricordare certe procedure di lavoro, o i passaggi per far funzionare una macchina, o i protocolli di sicurezza. Un cameriere a scrivere la comanda. Un commesso a fare conti o ricordare prodotti e caratteristiche. Un autista a memorizzare vie e percorsi. E così via.
Tutti, poi, devono conseguire la patente di guida e sostenere il relativo esame. Magari affrontare un concorso per un impiego, la selezione per un incarico.
Senza PDP e senza strategie personalizzate cui fare riferimento per studiare o lavorare in maniera adeguata ai propri disturbi dell’apprendimento, dicevo prima.
Ops… Un momento! No no, assolutamente! Vero, un PDP non esiste più fuori dalla scuola. Ma didattica personalizzata all’università — con tanto di strumenti compensativi e misure dispensative — e strategie sul lavoro, l’una e le altre basate sulla diagnosi e costruite di concerto con la persona adulta, esistono eccome! Sono garantite dalla normativa vigente nel contesto accademico e in quello lavorativo, tanto quanto in quello scolastico.
Ma allora, dove sta il problema? Sta nel fatto che se ne parla (ancora) troppo poco. E ciò di cui si parla poco è poco conosciuto. Così poco che gli stessi adulti con DSA spesso non sanno di avere il diritto di ottenere tutele e percorsi personalizzati all’università o al lavoro. Men che meno lo sanno molti docenti universitari e ancor più i datori di lavoro, tanto nel settore privato quanto in quello pubblico.
Come era quindici anni fa, agli albori della legge 170/2010, per i DSA a scuola — e come lo è ancora adesso, in certi casi… —, ora è necessario e auspicabile porre a gran voce la questione dei DSA in età adulta. Diffonderne la conoscenza, responsabilizzare le istituzioni e i soggetti attori, da entrambe le parti. Chiarire diritti, tutele e strategie. Insomma, fare in modo che ogni persona con una diagnosi di DSA possa dare il meglio di sé, nonostante i suoi disturbi, anche oltre l’esame di maturità, all’università, nel lavoro, nella società.
Questo mio articolo è solo l’inizio di una lunga serie che intendo dedicare all’argomento. E ricorda che da quest’anno la mia consulenza e la mia attività di tutoraggio sono rivolte proprio agli adulti. Dunque, se sei un adulto con DSA e vuoi scoprire quali sono i tuoi diritti e individuare le giuste strategie da adottare all’università o sul lavoro, non esitare a contattarmi!
Foto di copertina: da Pixabay.
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