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4. La distribuzione di partenza

Ho passato un bel po’ di tempo a studiare quale distribuzione fosse la più indicata a fare da “base” alla mia. Vista la numerosità delle versioni di Linux esistenti, la faccenda non è stata per niente facile. Innanzitutto ho decisamente optato per una piattaforma Debian-based, per il semplice fatto – lo dico senza vergogna… – che è il sistema che uso da sempre e che conosco meglio, e per il quale esiste una mole di pacchetti software davvero impressionante.
A questo punto le opzioni si sono ridotte a tre, tutte altrettanto valide e ciascuna con pregi non di poco conto, che ne hanno reso ancora ardua la scelta. Ero infatti indeciso tra:

  • Debian pura e semplice: stabile e sicura come una roccia (avrei sicuramente optato per il ramo stable, dal momento che il testing mal si addice ad una distribuzione dedicata a utenti ben poco “smanettoni” e idealmente poco propensi a ricevere continui aggiornamenti), leggera e veloce, perfetta per ogni macchina, anche vecchia; e tuttavia un po’ “spigolosa”, forse fin troppo “pura” e minimalista, e poi priva della possibilità di installare software da PPA – sempre utile – e, va da sé, limitata per tempi eccessivamente lunghi alle versioni meno aggiornate di tutti i software, dal momento che i rilasci avvengono a distanza di non meno di un paio di anni.
  • Ubuntu: altrettanto stabile e ormai così diffusa da contare su una comunità di sviluppatori e appassionati davvero vastissima, decisamente più aggiornata anche se in giusta misura (i rilasci avvengono puntualmente ogni sei mesi), maggiormente flessibile e più facilmente configurabile grazie a numerosi tool che, ad esempio, rendono quasi banale aggiornare i pacchetti software, installare codec proprietari, configurare ogni aspetto del sistema operativo.
  • Linux Mint: derivata a sua volta da Ubuntu, è la distribuzione che uso quotidianamente su tutti i miei computer, traendone grande soddisfazione, e che quindi conosco come le mie tasche; elegante e semplice da usare, offre strumenti di gestione e configurazione ancor più personalizzati rispetto a Ubuntu, e nelle ultime release è diventata davvero spettacolare tanto da essere – dal mio punto di vista di utente piuttosto esperto con alle spalle anni di esperienza con tutti i sistemi operativi esistenti – al momento l’alternativa più valida per chi arriva a Linux da Windows; per contro, è un po’ più pesante delle precedenti e sicuramente necessita di risorse un po’ più performanti per esprimere il meglio di sé.
Il desktop di Xubuntu

Il desktop di Xubuntu.

Scartata Debian e testate a lungo le altre due, alla fine ho scelto Ubuntu, forse anche perché il suo slogan è da sempre «Linux for human beings», cosa che rende questa distro perfettamente compatibile con l’idea che sta alla base del mio progetto. In particolare, ho selezionato la derivata Xubuntu, basata sul desktop manager Xfce, in quanto sicuramente più leggera e capace di “girare” anche su macchine meno recenti, il che è proprio uno degli scopi della mia distribuzione. Ma di questo dirò più approfonditamente nel prossimo capitolo.
Ho deciso di utilizzare il rilascio LTS (long term support) di Xubuntu, così da ottenere una distribuzione stabile con supporto quadriennale, che intendo poi configurare in modo che proponga all’utente gli avanzamenti di versione solo alle successive LTS e non anche ai rilasci standard. Al momento in cui scrivo, sul portatile di prova c’è il rilascio 16.04, mentre sulla macchina virtuale da studio c’è il 18.04 (l’ultima LTS disponibile).

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