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La sindrome del foglio bianco

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Mai provata? Allora ascolta, caro lettore (contraddizione in termini): ti ricordi come andava a scuola quando si faceva il tema in classe? Guardavi il foglio bianco, che bianco restava per almeno un'ora e mezza, delle due che avevi a disposizione. E più guardavi il foglio, più rileggevi il titolo, più ti scervellavi ad intavolare un qualche tipo di svolgimento, peggio era. O capitava solo a me?

Poi, quando ormai restava soltanto più una mezz'oretta utile, improvvisa arrivava la folgorazione! Ei fu... (non nel senso manzoniano del termine), insomma ci siamo! S'era accesa la lampadina: qualche goccia di contenuto cominciava a stillare dalla penna... Poi le gocce aumentavano e diventavano rivolo, ruscello, torrente e – finalmente! – fiume in piena. Per almeno venti-venticinque minuti scrivevi, scrivevi e scrivevi, quasi che la Bic blu fosse il tuo sesto dito! Fine, finito: cinque minuti di pausa per riprendere fiato, cinque minuti di rilettura (ma non sempre) e via, si consegnava.

Avevi scritto direttamente "in bella", quindi non c'era la "brutta" da consegnare insieme alla "bella" medesima. La/il prof ti guardava con commiserazione: ti aveva osservato, sapeva bene che ti eri ridotto all'ultimo momento, sprecando almeno un'ora abbondante prima di partorire qualcosa di men che stupido. Eppure andava (quasi) sempre bene. Forse la famosa ora e mezza non era sprecata: piuttosto era funzionale a tutto l'ambaradan. Un giorno mi farò psicanalizzare e saprò dirlo con assoluta certezza.

Negli ultimi tempi ho mostrato di nuovo i sintomi della sindrome da foglio bianco e, precisamente, mi accade da quando Andrea (il padrone di casa, qui) mi ha gentilmente coinvolto nel suo blog.

Mi ritrovo quindi, il venerdì sera, a fissare lo schermo del computer per parecchio tempo, prima che mi si inneschi di nuovo quel flusso di parole che, alla fine, costituiscono la tessitura del brano che voi poi leggerete.

E qui sta il problema.

Forse questa piccola rubrica settimanale dovrebbe trasformarsi un po'... O, quanto meno, provare a cambiare pelle, per così dire.

Nel senso che tu, caro lettore, potresti aiutarmi a cambiare questi miei poveri monologhi, trasformandoli in dialoghi, triloghi, tetraloghi et cetera... Prova dunque ad interagire, a commentare, a farmi avere, insomma, qualche riscontro. Vuoi?

Giudizi, critiche quindi di qualsiasi segno, ricordi tuoi da aggiungere ai miei, magari riprendendo i discorsi da una volta all'altra, sviluppandoli, scoprendo pieghe e angolazioni insospettate.

Il monologo alla lunga stufa... E poi mi "puzza" un po' di superbia da parte mia, come se io fossi chissà chi, pronto ad informare il mondo di un non meglio precisato "Messaggio epocal-liberatorio". Il dialogo, viceversa, è qualcosa di vivo, attento e (di solito) fruttuoso. Non per nulla è da sempre considerato lo strumento comunicativo umano per eccellenza, autentico pilastro di ogni Civiltà che voglia dirsi tale.

Che dici, caro lettore, ci proviamo?

Fammi sapere e... dasvidania!

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