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C’era una volta Dante Alighieri

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Questa volta — a Herman l’ho detto — sono stato sul punto di non pubblicare la sua nuova storia. Perché io ho sempre amato Dante e a scuola leggere e commentare la Divina Commedia era una delle cose che preferivo in assoluto. Tant’è che anche adesso, quando aiuto a studiarla i ragazzi che frequentano il mio studio, lo faccio con vero piacere.

Sono tuttora convinto che Dante rappresenti una pietra miliare nella letteratura italiana e forse mondiale. Opinione personale (mia e di alcuni milioni di altre persone, ma questo poco importa…), e come tale non condivisibile.

Poi però mi sono ricordato di tutti quei miei compagni di liceo, e dei ragazzi che appunto frequentano il mio studio, per i quali Dante e la Commedia erano e sono una seccatura, una noia, uno scoglio difficile da superare: insomma, tutto quello che Herman ha scritto nell’articolo. E allora ho deciso di pubblicarlo, perché comunque, come sempre, è ironico e tagliente, ed è specchio dei sentimenti di tanti, di ieri e di oggi. Buona lettura quindi e, se vi fa piacere, scrivete i vostri commenti!

Andrea

O, per meglio dire, "si faceva una volta Divina Commedia".

In altre parole: un giorno alla settimana veniva dedicato, dalla prof di Italiano, al Sommo Poeta e, più specificamente, alla sua creazione più nota.

Adesso magari qualcuno si aspetta che io mi metta a tessere le lodi del "Ghibellin fuggiasco" e che io proclami la magnificenza della sua opera... E invece no. Questa rubrica si chiama "A spasso nel tempo" – o qualcosa di simile – ma non è detto che il tempo, attraverso il quale si va a spasso, sia poi sempre tutto bello, roseo e felice. Ecco, l'ora o le due ore settimanali di "Divina" non erano molto piacevoli.

Anzi, per nulla.

Anzi, erano veramente un obbrobrio.

Vuoi per i temi trattati, vuoi per la lingua usata dall'autore, l'opera risultava, nel suo complesso, di difficile comprensione e di quasi impossibile apprezzamento... quindi noiosissima.

Almeno per noi, giovani malandrini in piena tempesta ormonale (età stimata: l7/l8/l9 anni) che tra Dante e Boccaccio non avremmo esitato un attimo a glorificare il secondo a scapito del primo.

Non eravamo in grado, o almeno non lo ero io, di apprezzare la struttura poetica (unica cosa veramente favolosa dell'opera), il sapere enciclopedico dell'esiliato più famoso della Storia, la sua lingua ingarbugliata e farcita di figure retoriche al limite del maniacale.

Ma c'è di più... e di peggio: la "Comedia" (con una sola emme) resta ancora oggi per me un mistero assoluto. Si sono affannati e lambiccati a migliaia, nei secoli, per cercare di dare una risposta al quesito dei quesiti: perché è stata scritta, la Divina Commedia? Davvero Dante pensava, sperava, di poter acquisire con essa i meriti, quindi il diritto, di ritornare in patria? O c'era sotto dell'altro?

René Guénon non aveva dubbi: Durante, detto Dante, era un esoterista e la Divina è un trattato enciclopedico di tutte le scienze occulte, mascherate e dissimulate (com'è abitudine loro) dalle scienze non oscure, insomma dal sapere profano. Bah... vabbè.

Prima e dopo Guénon, naturalmente, si sono avvicendati sulla scena gli italianisti e gli storici, gli uni a proclamare la Comedia quale atto fondante della lingua del "Bel paese dove il 'sì' suona", gli altri a calcare la mano e le attenzioni sul Dante politico, che fa della Comedia la sua logorroica invettiva contro gli avversari ed i nemici di sempre (in primis papa Bonifacio VIII, come ben si sa), talvolta ficcandoli all'Inferno ancor prima che i disgraziati avessero tirate le cuoia!

La mia opinione, al riguardo, è che non ho un'opinione al riguardo... Io so solo che, guardando ai tempi spensierati del liceo, trovavo la Comedia tremenda e Durante detto Dante pesante arrancante moraleggiante roboante (o reboante, come preferite) stancante malpensante e anche, qui e là, dispeptico.

Un po' come quello che ho scritto io, oggi.

Dasvidania, aspiranti analfabeti di ritorno... come me!

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