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«Non ce la faccio più!»

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Lettera aperta agli insegnanti, perché sono i primi responsabili della qualità di vita degli studenti. Anche di quelli con DSA.

Scrivo questa lettera perché ho paura che la famosa corda, tirata all’inverosimile per mesi, stia ormai per spezzarsi. Scrivo perché sono seriamente preoccupato per i “miei” ragazzi, quelli con i disturbi dell’apprendimento, quelli che frequentano il mio studio e che cerco, umilmente ma con passione e tenacia, di accompagnare lungo il difficile percorso della scuola. Scrivo, in particolare, dopo averne vista una piangere di fronte a me, tenendo in mano una verifica con l’ennesimo quattro mentre urlava tutta la sua disperazione: «Non ce la faccio più!»

Già, i ragazzi non ce la fanno più. Lo ha detto bene sempre lei, quella che piangeva nel mio studio: «Non posso più uscire con gli amici, fare feste, divertirmi. Non posso più andare a pallavolo. In più mi tocca passare tutti i giorni compresi i fine settimana sui libri, perché abbiamo due, a volte tre verifiche al giorno, tutti i giorni. Non ho tempo per me, per distrarmi, per riposarmi».

Ecco. Allora scrivo questa lettera, che rivolgo a tutti gli insegnanti, in particolare quelli delle scuole secondarie di secondo grado, dove i problemi sono maggiori e più evidenti. Sedetevi un attimo, prendete fiato, e facciamo due parole.

Da quando è iniziata l’emergenza della pandemia i ragazzi sono stati catapultati in un mondo che non è il loro. Sono stati costretti a lasciare la scuola, cioè i compagni, le chiacchierate, le prese in giro, la solidarietà, il rapporto con gli insegnanti, le quotidiane sfide che fanno crescere e insegnano la vita.

Sono stati confinati davanti a uno schermo, cavie involontarie di una didattica che è nata per il lockdown e che adesso però fa parte della quotidianità; a districarsi tra mille diversi canali di comunicazione con gli insegnanti, a seguire lezioni la cui efficacia dipende non più dalla bravura dei docenti ma dalla qualità della connessione a internet, a sostenere verifiche improbabili dove il margine di errore è funzione della costruzione del modulo di Google più che della risposta fornita.

I ragazzi si trovano catapultati in un mondo che non è il loro, un tempo che non è il loro. Sospeso, rimandato, rubato, fatto di incertezze e di paure, di divieti e di imposizioni.

E mentre sono davanti allo schermo del computer a fingere di frequentare una scuola che è virtuale più nei contenuti che nella forma, hanno accanto a sé lo schermo più piccolo dei loro smartphone, dove stanno in videochiamata con i compagni a fingere di stare insieme come in classe, anzi meglio che in classe perché almeno al telefono la mascherina possono non tenerla e si guardano e si sorridono come se tutto fosse normale, anche se poi si abbracciano con un’emoji perché sono ciascuno a casa propria, e di normale non c’è proprio niente.

A tutto questo aggiungiamo che i ragazzi non possono più giocare a calcio, a pallavolo, a basket, andare a nuoto o a sciare; non possono riunirsi in piazza o passeggiare in via o bivaccare davanti a un bar o una gelateria, dato che gli assembramenti sono vietati e invece proprio l’assembramento con i coetanei fa parte dell’essere giovani, che se non puoi essere giovane quando sei giovane, non potrai più esserlo quando sarai “grande”.

Un mondo che non è il loro, un tempo che non è il loro. Sospeso, rimandato, rubato, fatto di incertezze e di paure, di divieti e di imposizioni. Fatto di mascherine e distanza, quando invece i ragazzi si nutrono di volti e vicinanza. Di solitudine e isolamento — in casa, nella propria camera —, quando invece i ragazzi vivono di compagnia e socialità.

E tutto questo, se si esclude la parentesi della scorsa estate, dura ormai da un anno. Un anno passato a sentire gli adulti dire «andrà tutto bene», e a dirlo essi stessi più per far piacere agli adulti che perché ci credessero davvero, che poi bene non è andata per niente, e allora tutte le certezze e tutte le speranze sono svanite; e con le certezze e le speranze, anche un po’ la voglia di starci, in questo mondo.

Perciò, i ragazzi non ce la fanno più. Perciò, per proteggersi in un mondo virtuale dove poter fare finta di essere normali, si stanno perdendo. No, accidenti: li stiamo perdendo!

Una scuola devastante

E poi c’è la scuola. Questa scuola. La non-scuola.

Gli studenti delle superiori stanno frequentando al 50% — con la quasi certezza di essere di nuovo a casa dalla prossima settimana, se torneremo in zona rossa —, il che però assume significati molto diversi a seconda degli istituti: in alcuni, vanno a scuola per una settimana e stanno a casa quella dopo; in altri, vanno due giorni sì e tre no o viceversa. Quando metà della classe è a scuola, l’altra metà è a casa in didattica a distanza. Poi se c’è un compagno o un insegnante positivo, allora tutti in quarantena; no, anzi, metà classe in quarantena, perché la metà che era a casa invece torna a scuola, o resta a casa se è la settimana della DID, ma non in quarantena.

Basterebbe questo a disorientare anche il migliore tra gli alunni…

Il problema in assoluto più serio, però, è che nella settimana in presenza gli studenti si trovano a sostenere una mole di verifiche e interrogazioni enorme. Non solo la ragazza che piangeva, ma tutti i miei clienti mi riferiscono di avere almeno una verifica al giorno, tutti i giorni, ma spesso anche due o tre; è anche capitato che un ragazzo che seguo abbia avuto quattro verifiche (tra scritte e orali) nello stesso giorno. E, non dimentichiamolo, io lavoro con studenti che hanno una certificazione di DSA.

Il carico di lavoro che i ragazzi sono costretti a sostenere in questa scuola al 50% è eccessivo e li sta mettendo veramente a dura prova.

Chiunque capisce facilmente che una situazione di questa portata non è sostenibile, in special modo per i ragazzi con disturbi dell’apprendimento. I quali, a causa delle quasi sempre concomitanti fragilità nella memoria, sono costretti a studiare un giorno per l’altro più materie contemporaneamente, a scapito della qualità dello studio; a preparare mappe e schemi all’ultimo momento, quasi sempre senza riuscire a inviarli per tempo agli insegnanti e spesso, quindi, venendone privati al momento della verifica; a scegliere — cosa che non dovrebbe mai accadere… — quali materie privilegiare e quali accantonare, non riuscendo a prepararle tutte con la medesima dedizione.

La conseguenza, inutile dirlo, è che i risultati sono pressoché sempre fortemente negativi. La stanchezza, lo studio affannoso e quantitativamente eccessivo, l’ansia delle molteplici verifiche quotidiane, il calo della motivazione fanno sì che le medie dei voti, soprattutto da gennaio a oggi, si siano abbassate in maniera preoccupante.

A causa dei tempi ridotti della didattica in presenza, poi, molto frequentemente i docenti non consentono recuperi delle verifiche insufficienti, anche quando sono previsti dai PDP dei ragazzi con DSA. Senza contare il fatto, peraltro, che gli stessi PDP quasi sempre riportano la dispensa dal sostenere più di una verifica al giorno, dispensa che in questo periodo sembra non trovare più alcuna ragione di esistere.

E così, i ragazzi fanno quello che farebbe chiunque: non riuscendo ad affrontare in altro modo un carico oggettivamente insostenibile, trovano ogni stratagemma per sopravvivere. Perdendo però di vista lo scopo principale dell’istruzione, che sarebbe costruirsi le basi per un solido futuro, accademico o lavorativo. Anche questo stiamo rubando loro, insieme a tutto il resto…

Quel che è peggio, però, è che molti di questi studenti si ritroveranno sicuramente dei debiti a settembre, e alcuni di loro rischiano la bocciatura. Solo perché non ce la fanno più, solo perché non riescono ad affrontare una o due verifiche tutti i giorni, solo perché hanno disturbi dell’apprendimento che non hanno scelto di avere e che oggi, in questa scuola, sono una minaccia letale alla promozione. Con l’amara conseguenza che anche la prossima estate — quando magari, come in quella del 2020, potremo muoverci un po’ di più — saranno costretti a studiare per recuperare le materie a settembre.

Davvero abbiamo il coraggio, noi adulti, di chiederci ancora perché i ragazzi decidano di abbandonare la scuola? Quale scuola? Che cosa sta dando loro, questa scuola? E che cosa, invece, sta loro togliendo?

Qualche suggerimento

Non ho mai preteso di essere un deus ex machina. Però ho la pretesa di conoscere i ragazzi che frequentano il mio studio, e di sapere di che cosa abbiano bisogno gli studenti con disturbi dell’apprendimento. O, magari, tutti gli studenti. Allora, consentitemi di proporvi alcuni spunti di riflessione. Se volete, chiamateli suggerimenti.

  • Innanzitutto, vi invito a ricordare che i disturbi dell’apprendimento esistono anche durante la pandemia, la scuola al 50%, la DID: anzi, semmai si acuiscono e costituiscono un ostacolo ancora maggiore rispetto a quando i ragazzi frequentano una scuola “normale”, perché li stancano, li disorientano, li affaticano.
  • Gli studenti con DSA hanno un PDP, che voi insegnanti avete predisposto in quanto sapete che a loro servono strumenti compensativi, misure dispensative e modalità di valutazione particolari, senza i quali sarebbero drasticamente svantaggiati. Ebbene, non dimenticatevi del PDP, il quale non viene “sospeso” nella scuola al 50%!
  • Dunque, in particolare, evitate a questi ragazzi più di una verifica al giorno, perché altrimenti semplicemente non ce la fanno. Voi mi dite: ma i ragazzi sono a scuola solo una settimana sì e una no, dobbiamo per forza inserire le verifiche nella settimana sì. Io però vi ricordo che durante il lockdown del 2020 svolgevate verifiche e interrogazioni online: perché adesso non si può più?
  • Ad esempio — almeno per gli studenti con DSA, se non per tutti — perché non convertire in interrogazioni orali tutte quelle verifiche che non devono necessariamente essere scritte? Penso a materie come storia, scienze, diritto, economia, filosofia, scienze umane e tante altre. I ragazzi potrebbero essere interrogati online nella settimana in cui sono a casa e svolgere in presenza le verifiche che per natura devono essere scritte: produzioni, compiti di grammatica, versioni di latino, prove di matematica e così via. Con il risultato che avrebbero la possibilità di “spalmare” le verifiche su un maggior numero di giorni, e quindi di prepararle meglio.
  • Inoltre, non potete e non dovete negare il recupero orale degli scritti insufficienti, in special modo se avete optato per lo scritto in una materia che avrebbe potuto essere valutata oralmente. In ogni caso, proprio tenendo conto della situazione odierna, uno scritto insufficiente quasi certamente è conseguenza di una preparazione inadeguata e della stanchezza, causate dal fatto di averne tanti altri in giorni ravvicinati. Per questo, è necessario che la valutazione non soffra di questo bias e possa invece basarsi sulle reali conoscenze degli studenti, che pressoché sempre emergono da un’interrogazione orale.
  • Ancora, siate chiari nelle consegne per i compiti a casa e, soprattutto, nell’illustrare gli argomenti oggetto delle verifiche. Scrivete nel registro elettronico, con cura e attenzione, quello che i ragazzi devono fare o studiare; date loro riferimenti precisi, una bussola imprescindibile in questo caos inestricabile. E, possibilmente, siate uniformi nel fornire le comunicazioni: troppo spesso infatti alcuni di voi scrivono sul registro, altri su Classroom, altri inviano mail, con la conseguenza inevitabile che qualcosa va perduto.

Infine, in generale, è opportuno abbassare l’asticella delle aspettative e delle pretese. Siamo tuttora in emergenza, lo sappiamo tutti; la scuola — questa scuola, l’ho già sottolineato? — non è la scuola normale, “vera” alla quale i ragazzi (ma anche voi insegnanti, o sbaglio?) sono abituati, nella quale sono cresciuti per anni. Le modalità sono diverse, tutto è più difficile, penso di averlo spiegato bene.

In questo particolare momento storico, in questa scuola, è necessario ridurre le aspettative e le pretese nei confronti degli studenti.

E allora, perché continuare a pretendere dai ragazzi un rendimento pari a quello della scuola vera? Non smettete di insegnare loro quello che i programmi ministeriali prevedono, questo no! Ma evitate di trattarli come se non avessero già abbastanza casini nella loro vita, come se lo studio fosse il fine ultimo della loro esistenza — o piuttosto della vostra? —, come se potessero (già, potessero) permettersi di studiare come hanno sempre fatto, di vivere la scuola come hanno sempre fatto.

Provate a capirli, provate a sostenerli, provate a valorizzarli comunque, provate a pretendere meno da loro, provate ad accontentarvi. Brutta parola, lo so, non piace neppure a me. Nella scuola vera. In questa, forse dobbiamo impararne un senso nuovo, che non è di superficialità, ma di compromesso. Se questo ragazzo, questa ragazza non ha risposto in maniera così approfondita a tutte le domande, magari gli o le darò comunque sei, magari anche sette. Ho visto un’insegnante di francese propinare una verifica alla settimana di verbi a memoria, e segnare gli errori di ortografia (compresi gli accenti…) a una ragazzi disortografica, e mettere tre come voto.

Ecco, smettetela di fare così. Non è questo il tempo per farlo. Accontentatevi oggi, per poter lavorare meglio domani. Per poter, domani, avere questi ragazzi, che rischiano di perdersi, che rischiamo di perdere. La partita è difficile per tutti, chi può negarlo? Per i giovani però di più: stanchi e demotivati, si isolano, si intristiscono, alcuni mollano. Tutti, non ce la fanno più.

Io credo che sia importante che la scuola non diventi uno dei motivi — se non il motivo principale — per cui non ce la fanno più. Vi ringrazio per la chiacchierata, per il tempo che mi avete dedicato leggendo questa “lettera”. Non mollate: i ragazzi hanno bisogno anche di voi, hanno bisogno di insegnanti credibili, autorevoli, preparati ma pure comprensivi. Specie oggi.


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