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Il commercio è l’anima della pubblicità?

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No, solitamente la frase è costruita al contrario... Ma la domanda che mi frulla in testa è duplice: il commercio e la pubblicità (o la pub, come dicono i francesi) hanno un'anima?

Credo di sì, anzi hanno diverse anime. Non tutte belle ma nemmeno tutte brutte... non tutte limpide ma nemmeno tutte opache et cetera.

Questa pluralità d'anime ha a che fare con le persone: NOI siamo il commercio e la pubblicità, al tempo stesso. Chi può dire di non aver mai acquistato qualcosa? E chi potrebbe mai dire di non aver mai, ma proprio mai, tentato di vendere qualcosa? Non abbiamo mai vantato i nostri meriti, la nostra merce (fosse anche quella psichica, intellettiva... le nostre capacità, insomma)?

Il mondo del commercio (e la pubblicità che ne è parte integrante ed inseparabile) non è un mondo a parte: è il NOSTRO mondo, quello del nostro quotidiano. Un mondo del quale – e nel quale – siamo tutti attori e spettatori al tempo stesso. Se non possiamo vendere, acquistare, scambiare, tutta la nostra società viene minata alle fondamenta. Dove non si può scambiare nulla? Non in modo lecito, se non altro?

Nei luoghi della costrizione: negli ospedali, nelle carceri, nei campi di concentramento o di "rieducazione" (il colmo dell'ipocrisia!)... Ecco dove non si può vendere, acquistare, scambiare nulla. Là dove manca la libertà, per motivi di salute o per altra causa, lì manca il commercio, lo scambio. E, ovviamente, viceversa.

Guarda caso, in quegli stessi luoghi anche la socialità si immiserisce, le persone si perdono perché conta solo la sopravvivenza. Che, ahimé, non equivale alla vita. Pensiamoci.

Poi, magari, ne riparleremo, se vi va.

Dasvidania, malinconici come me, stasera.

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