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Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori

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... Ma Ariosto non c'entra con quello che leggerete qui di seguito. Però il verso è bello, famoso e mi piaceva l'idea di metterlo come titolo di questo sproloquio.

E' giusto, o politicamente corretto, comporre un titolo e farlo seguire da uno scritto che, con quel titolo, non c'entra praticamente nulla? Mah... Giusto magari no, direte voi, ma è talmente diffuso che non ci si fa più caso. E ancora: è giusto, o politicamente corretto, accettare da sedicenti giornalisti, scrittori, personaggi pubblici vari un uso quanto meno "disinvolto" della lingua italiana (ma in Francia non stanno messi meglio, credetemi), se non vere e proprie sgrammaticature?

Questi errori/orrori linguistici un tempo non si commettevano, se non per sviste accidentali delle quali il malcapitato, o il suo editore, si affrettavano a scusarsi. Oggi, evidentemente, non è più così.

Abbiamo mezzi tecnici al limite del fantascientifico, se paragonati a quelli di quaranta o cinquant'anni fa, eppure la qualità della comunicazione non è migliorata... Tutt'altro. Come mai?

Forse quello che manca è il livello di base o, in altri termini, mancano le Maestre di una volta (la maiuscola è voluta).

La mia Maestra di prima e seconda elementare (in terza si cambiava Maestra, non ho mai capito perché) era molto simile alle sue colleghe: fisicamente enorme, cubica, anzi parallelepipoidale, perché a noi nani sembrava altissima anche se non superava il metro e cinquanta. Veniva in classe indossando un grembiale nero con due tasche... E quelle due tasche erano il vero pezzo forte di tutta la faccenda. Perché non erano tasche, quelle, ma pozzi di San Patrizio che contenevano, nell'ordine: gessetti bianchi da lavagna smozzicati, uno o più cancellini (sempre da lavagna), un rosario, diverse dozzine di caramelle (per noi, se facevamo i bravi), una bottiglietta di Cordiale (per la Maestra, quando NON facevamo i bravi), santini di varia natura ma con spiccata predilezione per Lourdes e Fatima, un pettine, una pettenessa, una matita, una gomma da matita, un temperino, il materiale di risulta dalla tempera delle matite.

Prima delle vacanze di Natale la Maestra Ines (le Maestre del tempo si chiamavano tutte come le parrucchiere del tempo... e di nuovo non ho mai capito il perché) ci consegnava alcuni timbri (sic) che noi dovevamo, previo passaggio sul tampone d'inchiostro, premere con forza su una pagina del quaderno di disegno. Il timbro rappresentava la natività: grotta di Betlemme, Bambin Gesù, asinello, bue, Madonna e San Giuseppe. Ma di tutto ciò il timbro evidenziava i limiti perimetrali. Le figure così ottenute andavano colorate scrupolosamente, cercando di evitare gli eccessi di colore in qualche punto, le sbavature o i temutissimi e odiati Buchi-sulla-Pagina, effetto dovuto ad un'azione di cancellatura troppo energica. Il Buco-nella-Pagina gettò nello sconforto e nell'ansia da prestazione intere generazioni di scolari e ad esso ascrivo il mio odio per le arti figurative e per le figuracce fatte spesso nelle alcove, una volta cresciuto un pochettino.

Il primo giugno, invece, per prepararci all'imminente festa della Repubblica, si doveva realizzare un vero disegno a mano libera, possibilmente a sfondo patriottico. Purtroppo io crebbi (sì, è giusto, non andate a guardare su Wikipedia), io crebbi, dicevo, in una famiglia di spudorati monarchici, per cui ogni anno, il primo di giugno, facevo invariabilmente lo stesso disegno: soldati italiani che, bandiere al vento, si gettavano all'assalto della trincea nemica gridando "Savoia!". Ci siamo? "Savoia!" il giorno della Repubblica...

E vabbé... Non fui mai incarcerato, ma da quelle mie prime esperienze scolastiche ricavai la netta sensazione di essere sempre fuori posto o fuori tempo massimo... Il che, si potrebbe dire, è la storia della mia vita.

Vale giusto la pena di ricordare che, entro e non oltre la seconda elementare, tutti noi avevamo eliminato ogni parvenza di errore grammaticale ed ortografico e sapevamo far di conto in maniera soddisfacente. Con le quattro operazioni a mente, dico. Ma ovviamente il merito non era nostro: era di quelle migliaia di Maestre Ines e dei loro grembiali neri che sapevano di serietà e dedizione.

Ma sapevano anche, e soprattutto, di amore.

Con quelle Maestre l'Italia si tirò su dalle macerie della guerra, si sottrasse alla miseria e diventò perfino ricca... Probabilmente esagerando. Ma questa è, come sempre, un'altra storia...

Dasvidania!

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